Paulo Mendes da Rocha, figura monumentale dell'architettura brasiliana e mondiale, ha lasciato un'eredità che trascende la mera edificazione. La sua opera, profondamente radicata in una visione filosofica e sociale, si distingue per la capacità di trasformare concetti astratti in spazi tangibili, carichi di significato e intimamente connessi al contesto urbano e umano. Il libro di Carlo Gandolfi, "Matter of Space. Città e architettura in Paulo Mendes da Rocha", pur non essendo una monografia tradizionale, offre uno spaccato illuminante sul pensiero e la prassi di questo visionario architetto, esplorando le molteplici sfaccettature della sua ricerca.
L'Architettura come Concetto Prima che "Cosa"
Un punto cardine dell'interpretazione di Gandolfi, e un tema ricorrente nell'opera di Mendes da Rocha, è la concezione dell'architettura come un'idea che precede la sua materializzazione. In un'epoca in cui l'architettura rischia di essere ridotta a mero prodotto di consumo, Mendes da Rocha ci ricorda costantemente che essa è "una cosa innervata, 'illuminata' da un'idea". Non si tratta semplicemente di "cosa tra cose", ma di un processo in cui l'idea prende forma attraverso la materia, creando un legame indissolubile tra il concetto generale e il fatto reale.

Questa dicotomia tra idea e cosa trova ulteriore sviluppo nel paragone che Gandolfi instaura tra l'architettura e la danza. L'arte del movimento umano nello spazio, come quella di Fred Astaire, evoca un'eleganza e una leggerezza che Mendes da Rocha riesce a infondere nelle sue strutture. I suoi edifici, pur nella loro possanza e concretezza, sembrano "danzare" con movenze ampie e classiche, ma anche con un ritmo sincopato e moderno, il tutto "senza far trasparire gli sforzi fisici di grande intensità". Questa capacità di unire forza e grazia, di nascondere la complessità dietro una facciata di apparente semplicità, richiama il concetto di "sprezzatura", la virtù del Cortegiano di Baldassar Castiglione, che dimostra come compiere azioni difficili con apparente facilità.
La "Muscolarità" Architettonica e il Dialogo con la Città
L'aggettivo "muscolare", utilizzato da Gandolfi per descrivere l'architettura di Mendes da Rocha, va oltre la mera indicazione di forza bruta. Esso denota una qualità intrinseca di reazione a uno stimolo, una tensione agonistica che si pone in rapporto con ciò che le è antagonista. Nel contesto architettonico, questa "muscolarità" si traduce nella relazione che l'edificio instaura, o dovrebbe istituire, con la città.

Seguendo la tradizione nobile del pensiero architettonico, da Alberti a Palladio, che vedono la città come una grande casa e viceversa, Mendes da Rocha insiste sulla convinzione che non esistano edifici privati, ma che "tutto lo spazio sia pubblico". Questa prospettiva inocula la questione urbana nel cuore stesso dell'architettura, indipendentemente dalle dimensioni. La casa, per quanto piccola o privata, non sfugge ai nomoi che regolano lo spazio collettivo.
Questa idea trova una concreta "incarnazione" nella materia architettonica attraverso il concetto di "giunto". Inteso sia in senso strutturale, come snodo tra membrature, sia in senso spaziale, come elemento di raccordo o discontinuità, il giunto diventa il fulcro dell'architettura di Mendes da Rocha. Gandolfi lo definisce "segno/senso", un punto di sintesi tra elementi storicamente contrapposti: forma e contenuto, idea e cosa, architettura e città.
L'Architettura come "Phármakon": Medicina o Veleno per la Città?
Il culmine del pensiero di Mendes da Rocha, così come interpretato da Gandolfi, risiede nella concezione dell'architettura come un "farmaco" per la città. Essa non solo deve svolgere la sua funzione primaria per cui è stata costruita, ma deve anche assumersi una responsabilità pubblica, "lavorare" per un intorno più ampio, curando le ferite dell'inettitudine urbana a farsi "luogo" armonico e organico.

Tuttavia, il termine "phármakon" nell'antica Grecia racchiudeva in sé significati opposti: medicina e veleno. Se l'architettura odierna possiede il potere di "ammalare" le città, come spesso constatiamo, allora, in quanto vero "phármakon", potrebbe esercitare anche il suo potere benefico e terapeutico.
Casa Quelhas: Un Esempio di Architettura che Cura
Un esempio emblematico di questa filosofia si ritrova in Casa Quelhas a Lisbona, l'unico progetto residenziale di Mendes da Rocha al di fuori del Brasile. Sebbene dall'esterno l'edificio si mimetizzi con il contesto, il suo interno rivela un mondo di arte, design e viste mozzafiato. La casa, ristrutturata da Mendes da Rocha, diventa una testimonianza di più vite: quella degli artisti le cui opere sono esposte, quella dell'architetto stesso, e quella della famiglia che vi abita.

La configurazione degli spazi, con le aree private ai piani inferiori e quelle dedicate alla convivialità e alla cucina ai piani superiori, si apre verso una splendida piscina sospesa che domina il panorama di Lisbona, il Tago e l'Atlantico. Questo progetto incarna l'idea di un'architettura che non solo risponde alle esigenze abitative, ma che eleva l'esperienza umana, integrandosi armoniosamente con il paesaggio urbano e naturale.
L'Eredità di un Maestro: La Città per Tutti
Paulo Mendes da Rocha, vincitore del Pritzker Prize nel 2006, ha lasciato un segno indelebile non solo attraverso le sue realizzazioni concrete, ma anche attraverso il suo pensiero. Il libro "La città per tutti", a cura di Carlo Gandolfi, raccoglie testi inediti in italiano che indagano la questione dello spazio per l'uomo, sottolineando l'importanza dell'abitare contemporaneo e la necessità di superare l'idea di un abitare isolato.

La sua visione di una "città per tutti" è un richiamo a una fratellanza universale, a un recupero del tempo perduto e a una difesa degli interessi primordiali di una nuova casa per il XXI secolo. L'architettura, nella sua opera, diventa un potente strumento di trasformazione sociale, un mezzo per immaginare e costruire una realtà più umana e inclusiva.
La sua formazione, influenzata da maestri come João Batista Vilanova Artigas, e la sua appartenenza alla "scuola paulista dell'architettura brasiliana", caratterizzata da un'architettura "chiara, pulita, e socialmente responsabile", hanno plasmato un approccio progettuale che coniuga rigore strutturale, espressione formale e un profondo senso etico. Le sue opere, spesso audaci e polemiche, sono un invito a riflettere sul ruolo dell'architettura nel plasmare il nostro mondo e nel promuovere un futuro più equo e sostenibile.