L'identità di Lucrezia Borgia è stata a lungo oggetto di dibattito e interpretazione, oscurata da secoli di leggende e rappresentazioni letterarie. Questo saggio si propone di esplorare il rapporto tra la figura storica di Lucrezia Borgia e la sua rappresentazione nel romanzo di Maria Bellonci, concentrandosi in particolare sull'uso e l'interpretazione delle sue lettere - le "Familiares" - come fonte primaria. L'obiettivo non è quello di giudicare la libertà interpretativa della Bellonci, ma di arricchire la prospettiva critica attraverso un'analisi più approfondita della corrispondenza personale di Lucrezia.

La Ricerca della Verità Storica tra Romanzo e Documenti
La figura di Lucrezia Borgia è stata nel corso dei secoli oggetto di opposte valutazioni. Nel Cinquecento, fu celebrata da poeti come Ludovico Ariosto e Pietro Bembo, ma anche criticata da storici come Francesco Guicciardini e da figure religiose come Girolamo Savonarola. Questa dicotomia tra "laudatio" e "vituperatio" continuò a definire la sua immagine, trasformandola nel XIX secolo, soprattutto grazie all'opera di Victor Hugo, in un vero e proprio "mostro morale".
Solo a partire dal 1878, con lo studio di Ferdinand Gregorovius, iniziò un processo di riabilitazione, basato sull'analisi delle fonti archivistiche. Questo approccio filologico ha aperto la strada alla ricostruzione di una "storia vera" di Lucrezia Borgia, che culmina in opere come il romanzo di Maria Bellonci del 1939 e quello di Sarah Bradford del 2014.
Tuttavia, ogni romanzo si proclama "storia vera", spesso attraverso la finzione autobiografica o l'espediente del manoscritto ritrovato. Nel caso di Lucrezia Borgia, la situazione è rovesciata: le fonti manoscritte sono reali e continuano a interrogare chi tenta di interpretarle. Ci si può chiedere se lo scrittore, nell'approccio ai documenti d'archivio, non affidi al proprio "fantasma letterario" la scelta di quali leggere e quali tralasciare. La storia, d'altronde, insegna narrando, e chi scrive ha la responsabilità di fornire ai lettori un ritratto e un modello di azione.
A volte, sembra che il narratore preferisca una storia già raccontata, una cronaca con aspetti paraletterari, piuttosto che un fascio di documenti ancora da organizzare. Alessandro Manzoni, ad esempio, non lesse gli atti del processo canonico di Virginia de Leyva, ma si nutrì della "Storia del Ripamonti" per scrivere le pagine sulla Monaca di Monza. Analogamente, Maria Bellonci, pur soffermandosi a lungo sulle lettere di Lucrezia, attinse ampiamente alla "biografia scientifica" di Gregorovius e al racconto iconografico di Lucrezia, ma soprattutto utilizzò materiali organizzati in chiave cronachistica e memorialistica, cogliendone il punto di vista sui personaggi.
La "Lucrezia Borgia" di Maria Bellonci si è dunque già riflessa in questi racconti, che a loro volta si sono specchiati nell'immagine del suo romanzo, creando quella patina di antichità che costituisce uno dei pregi maggiori della narrazione bellonciana. È certo che Lucrezia Borgia è entrata in contatto con Maria Bellonci attraverso la sua corrispondenza. La questione che ci proponiamo di verificare è quali tracce abbiano lasciato queste fonti nella narrazione della scrittrice romana.
L'interesse di questo studio non è quello di contestare l'ispirazione letteraria della Bellonci, né di censurare il suo diritto di orchestrare, e manipolare, le carte. Al contrario, si vuole far emergere le ipotesi critiche suscitate dalla corrispondenza personale della Duchessa, che la stessa Bellonci ammetteva non essere né copiosa né continuata, ritenendo che la fonte più viva fosse data dalle informazioni degli oratori e dei corrispondenti.
Proprio la discontinuità temporale e la distribuzione non omogenea tra gli interlocutori delle lettere di Lucrezia hanno ostacolato una completa presa in carico di tali fonti, portando a preferire il ricorso ad altre sorgenti più continue del flusso narrativo. Inoltre, è possibile dimostrare che Maria Bellonci, scrivendo "Lucrezia Borgia", aveva già attivato quel processo di empatia nei confronti delle donne illustri che la critica individua nel "Rinascimento privato", andando oltre il ruolo del semplice "detective" che scova aspetti inediti.
Sembra che Maria Bellonci abbia sovrastato la flebile voce epistolare di Lucrezia con la sua calda, appassionata e carezzevole "nuance", quasi un "sapore d'epoca", cosparsa magistralmente sulle pagine del romanzo. In questo racconto, Maria Bellonci non assume la voce della Duchessa di Ferrara, bensì quella offerta dal commento dei tanti narratori che popolano le corti cinquecentesche. Maria Bellonci, che non fa mai parlare Lucrezia in prima persona (a differenza di quanto farà con Isabella), dà vita a un personaggio filtrato dal racconto delle storie più che espresso dal dettato delle lettere, in un secolo in cui il volgare si era fatto lingua pratica, arricchendosi di tecnicismi e accogliendo l'eredità del latino cancelleresco.
La storia di Lucrezia Borgia, una delle figure più calunniate del Rinascimento italiano
"Obediente figliola": La Corrispondenza di Lucrezia con Ercole I d'Este
Non è rimasta una sola lettera di Lucrezia ad Alfonso I d'Este che sia anteriore al 1505, quindi non ci è dato sapere di cosa trattasse il loro dialogo epistolare negli anni che precedettero l'ascesa della coppia al rango di Duchi di Ferrara. Durante le trattative nuziali dell'autunno 1501, Lucrezia scriveva di proprio pugno lettere al suocero, Ercole I d'Este, riuscendo in questo modo ad accreditarsi presso di lui come "obediente figliola et servitrice". Scriveva anche al cognato Ippolito per confermargli i benefici richiesti e previsti a margine del suo contratto nuziale. La ventunenne nubenda trattava la felicità futura come un affare diplomatico, dimostrando in questo modo quanto le fossero chiare le ragioni di realpolitik poste alla base del suo nuovo legame.
Osservando come Maria Bellonci ci induca a pensare che Lucrezia ricorresse a lettere altrui per operare una sorta di revisione della propria immagine presso la corte ferrarese, ci si imbatte in una narrazione che diverge dall'analisi delle fonti dirette. Chi ha seguito fin qui gli accordi tra gli Este e i Borgia e ha visto con quale impasse procedessero, non riesce a trovare una relazione tra una Lucrezia ansiosa di mostrarsi perfetta, una Lucrezia che mobilitava i suoi amici perché scrivessero di lei ad Ercole martellando sulla parola "virtù", con questa Lucrezia alla vigilia di Ognissanti, in riferimento a un convito i cui particolari scabrosi sono testimoniati dal Burcardo.
Vedremo come Lucrezia gestisse personalmente la corrispondenza con il Duca di Ferrara e come le preoccupazioni delle sue lettere fossero concrete e non interessate a smentire la sua partecipazione al banchetto baccanale del 31 ottobre 1501, descritto da Johannes Burckard nel Diarium. Giunti all'altezza temporale della più tarda "Lucrezia Borgia. Una intervista impossibile" (1974), Maria Bellonci mette in scena uno stato di latente ostilità tra la figlia del papa e il Duca ferrarese, descritto come un "ladro di dote":
"Volevo salvarmi, volevo non tremare più e soprattutto non volevo più accusare gente del mio sangue. Scelsi bene in quel momento. Loro gli Este erano feudatari della Chiesa non potevano dire di no a mio padre. Il duca di Ferrara mio suocero era duro ma avaro. Gli ho portato settanta carri stipati di oro."
Questa non è forse la visione che Lucrezia aveva di Ercole I, bensì quella espressa esplicitamente da Alessandro VI parlando con gli ambasciatori ferraresi che avevano visto il loro signore trattato da mercatante, come scrive la vera Lucrezia quando si rivolge a Ercole I.

La corrispondenza di Lucrezia con Ercole I non appare così fredda e distaccata, ma anzi, si mostra tenera, devota, e pronta a proporsi oratrice presso il Papa dei punti più spinosi del negoziato matrimoniale, che, pur già siglato il 1° settembre 1501, presentava uno strascico di clausole in via di definizione. Certo, tutto quanto scrive Lucrezia è nei limiti del dettato cancelleresco, ma in lettere redatte di proprio pugno. Questa attenzione non è indifferente perché rappresenta il massimo segno di distinzione riservata al destinatario da parte di chi scrive una missiva.
Basta leggere qualche stralcio della loro corrispondenza per comprendere come Ercole e Lucrezia sapessero suscitare tra loro uno stato di reciproca attenzione e benevolenza. La figlia del papa affina le proprie attenzioni nei confronti del Duca alla prima notizia di una sua indisposizione, esibendo una vera e propria galanteria della sofferenza:
"Avendo per lettere de sua Signoria a questi soi oratori qui intesa la indispositionde…"
Questo dimostra una cura e un'attenzione che vanno oltre i meri doveri formali e che suggeriscono un legame personale profondo, in contrasto con l'immagine di fredda calcolatrice che spesso le viene attribuita. La gestione personale della corrispondenza, anche in momenti di delicatezza diplomatica, rivela una Lucrezia attenta alle sfumature delle relazioni interpersonali e desiderosa di costruire un rapporto di fiducia e stima reciproca con il suocero.
La Natura Bifronte della Scrittura di Lucrezia Borgia
Le lettere di Lucrezia Borgia presentano una doppia natura, sia cancelleresca che privata, senza che si possa avvertire una netta soluzione di continuità. Se il contenuto e spesso il formulario in cui sono redatte rispecchiano senza dubbio le tecniche retoriche del dispaccio e dell'"adviso", molto simili a quelle che possiamo in quegli anni riscontrare nella corrispondenza di legazione di Niccolò Machiavelli, è pur vero che il dialogo in esse contenuto concerne non solo lo Stato ma anche aspetti della vita privata. Accanto all'uso di frasi formulari, troviamo il ricorso alla "brevitas" e all'ironia misurata come indicazione dello stile proprio della Duchessa di Ferrara.
Questa compresenza di registri riflette la complessità della sua posizione sociale e politica. Come figlia di un Papa e moglie di un Duca, Lucrezia si trovava a dover navigare tra le esigenze della diplomazia e le dinamiche della vita familiare e cortigiana. Le sue lettere, quindi, non sono solo documenti politici o amministrativi, ma anche testimonianze della sua personalità, dei suoi sentimenti e delle sue relazioni.
Il linguaggio utilizzato da Lucrezia, pur aderendo alle convenzioni della scrittura ufficiale dell'epoca, rivela una notevole abilità nel gestire la comunicazione. La capacità di alternare toni formali e informali, di utilizzare espressioni concise e precise, e di inserire tocchi di ironia, dimostra una notevole padronanza della lingua e una profonda comprensione del suo interlocutore.
La "brevitas", in particolare, suggerisce un'efficienza comunicativa e una volontà di andare dritti al punto, evitando inutili prolissità. Questo stile, unito a un'ironia misurata, crea un effetto di eleganza e intelligenza, confermando l'immagine di una donna colta e raffinata, in grado di esprimersi con disinvoltura in diversi contesti.
Inoltre, l'analisi delle lettere di Lucrezia Borgia permette di cogliere aspetti della sua vita privata che altrimenti rimarrebbero oscuri. Attraverso i suoi scritti, possiamo intravedere le sue preoccupazioni, i suoi desideri, le sue gioie e i suoi dolori. Queste lettere, dunque, non sono solo documenti storici, ma anche frammenti di vita, che ci permettono di avvicinarci alla figura di Lucrezia Borgia come persona, al di là degli stereotipi e delle leggende che l'hanno circondata.
La ricchezza e la complessità della sua corrispondenza aprono nuove prospettive di ricerca e invitano a riconsiderare il ruolo delle fonti epistolari nello studio della storia e della letteratura. L'indagine sulle "Familiares" di Lucrezia Borgia si rivela quindi uno strumento prezioso per arricchire la nostra comprensione di una delle figure più affascinanti e controverse del Rinascimento italiano.
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